Questo editoriale riprende e collega due
contributi pubblicati su MIT Technology Review Italia: L’impresa ingegnerizzata nell’era dell’AI (maggio 2026), che introduce il passaggio
dall’adozione tecnologica al design dell’impresa, e Le prime scelte dell’impresa ingegnerizzata nell’era
dell’AI (settembre 2026),
che guarda al modo in cui il mercato dell’offerta AI sta separando e
ricombinando nuovi punti di controllo strategici.
Dall’adozione al design dell’impresa
Siamo
abituati ad affrontare il rapporto tra imprese e intelligenza artificiale
concentrandoci soprattutto su una domanda: quale modello o piattaforma
scegliere? È una domanda comprensibile. Ma rischia di partire dall’oggetto
sbagliato, perché tratta l’AI come un nuovo strumento da aggiungere alla
cassetta digitale dell’impresa. Quando entra stabilmente nei processi, l’AI può
cambiare come viene prodotta e verificata la conoscenza, come si coordina il
lavoro, come si preparano le decisioni e dove deve rimanere il giudizio umano.
È da qui
che nasce il concetto di impresa
ingegnerizzata. Non è un’impresa gestita da ingegneri, né un’organizzazione
in cui tutto viene automatizzato. È un’impresa che tratta il proprio sistema
operativo organizzativo come un oggetto di design: persone, modelli, dati,
workflow, interfacce, controlli, incentivi, percorsi di escalation e giudizio
vengono progettati come parti di un unico sistema socio-tecnico. L’impresa
manageriale del Novecento coordinava soprattutto attraverso gerarchie, budget,
reporting e procedure. L’impresa ingegnerizzata coordina sempre più anche
attraverso architetture: ciò che i sistemi possono vedere, quali azioni possono
eseguire, dove serve una verifica, quali informazioni attraversano
un’interfaccia e come si cambia componente quando le condizioni esterne
cambiano.
In
questo senso il CEO diventa, in parte, Chief Engineer dell’impresa. La
progettazione dei modelli e il codice restano responsabilità specialistiche. Al
CEO spetta la responsabilità dell’architettura entro cui tecnologia e
organizzazione si combinano. La governance deve scendere da policy e comitati
fin dentro i workflow, sotto forma di permessi, audit trail, routine di
valutazione, checkpoint umani, fallback e regole di escalation. Allo stesso
tempo, diventa una scelta strategica la modularità, cioè separare ciò che può
dover cambiare senza costringere l’impresa a ricostruire ogni volta l’intero
sistema.
I punti di controllo dell’offerta AI
La
modularità diventa particolarmente importante perché anche il mercato
dell’offerta AI si sta scomponendo. Funzioni che possono essere acquistate
insieme da un unico fornitore stanno diventando punti di controllo separabili
e, in alcuni casi, contrattualizzabili separatamente. Mentre il mercato prende
forma, questi punti di controllo si separano e si ricombinano.
Siamo
ancora nei primi istanti dopo il “Big Bang” dell’intelligenza artificiale
generativa: ecosistema dell’offerta, regolazione, geopolitica e struttura
competitiva stanno evolvendo insieme. I componenti fondamentali e i punti di
controllo del mercato non si sono ancora stabilizzati in combinazioni durevoli.
Per l’impresa ingegnerizzata, prevedere quale configurazione tecnologica
prevarrà conta meno che preservare abbastanza granularità da distinguere le
decisioni che contano e abbastanza modularità da poterle ricombinare quando
cambiano tecnologie, fornitori e condizioni di mercato.
Dietro la scelta di un’AI si nascondono almeno sei
decisioni
Quella
che sembra un’unica scelta, quale modello o piattaforma mettere al centro
dell’architettura AI, contiene almeno sei decisioni differenti e in parte
interdipendenti. La prima riguarda quali
modelli e capacità utilizzare: API proprietarie, modelli open-weight,
modelli specializzati oppure un portafoglio di modelli diversi. La seconda riguarda chi mantiene il
controllo del modello una volta adattato alle esigenze dell’impresa e se
pesi e checkpoint derivanti dal fine-tuning o dal post-training rimangono
vincolati al provider oppure possono essere controllati e trasferiti dal
cliente. La terza riguarda chi fornisce
l’infrastruttura di post-training. La
quarta riguarda dove viene eseguita l’inferenza: presso il provider,
attraverso un hyperscaler, tramite un operatore specializzato, in private cloud
oppure on-premise.
Anche la
prima decisione non implica necessariamente scegliere un unico modello
destinato a diventare lo standard aziendale. I modelli differiscono per
capacità, costo, latenza e modalità di errore. Un modello può essere molto
efficace in un compito e meno adatto in un altro. Per questo una possibile
evoluzione è quella della mixture of
models: invece di eleggere un modello a default universale, compiti
differenti vengono instradati verso backend differenti.
La quinta decisione riguarda il routing: chi decide quale modello deve ricevere una
determinata richiesta? Il routing può essere controllato dall’impresa, affidato
a un servizio terzo oppure lasciato al provider. Chi gestisce il routing occupa
inoltre una posizione informativa particolare, perché può osservare quali
modelli funzionano meglio nei diversi compiti, dove falliscono e quando è
necessario ricorrere a un’alternativa.
La sesta decisione, forse meno evidente ma fondamentale, riguarda
chi può osservare, conservare e utilizzare le informazioni e le
meta-informazioni generate durante l’operatività dell’AI, e per quale scopo.
Questa decisione è diversa dalle altre perché va oltre ciò che l’impresa compra
oggi e tocca chi può accumulare conoscenza attraverso il modo in cui quei
sistemi vengono utilizzati.
Il confine tra utilizzo, osservazione e riutilizzo delle
informazioni
Ogni
interazione con un sistema di intelligenza artificiale produce un output, ma
può generare anche informazione su ciò che accade dopo, quando il workflow
rende questi esiti osservabili. Una risposta può essere accettata, modificata,
rifiutata o ripetuta. Un errore può essere corretto da una persona; un
risultato può essere sottoposto a escalation oppure trasformarsi in un’azione;
il professionista può prendere una decisione diversa rispetto a quella
suggerita dal sistema. Nei workflow generativi e, ancora di più, nei sistemi agentici,
questa traccia può mostrare dove il sistema ha fallito, come il risultato è
stato corretto e quale comportamento successivo ha prodotto un esito migliore.
Il punto
non è che il modello “impari” automaticamente da ogni prompt. Durante la
normale inferenza, il semplice utilizzo non modifica di per sé i pesi del
modello. La questione strategica riguarda chi può osservare le informazioni
generate durante l’uso, chi può conservarle, chi può riutilizzarle e per
migliorare che cosa. Osservazione, conservazione e uso successivo per
migliorare un modello, un router, un servizio o un workflow sono diritti e
possibilità differenti.
I
sistemi agentici aggiungono ulteriore complessità perché possono generare uno
stato intermedio portato da una chiamata alla successiva. Se quello stato resta
opaco o vincolato al provider, può ridursi anche la possibilità di instradare
la chiamata successiva verso un altro modello. La libertà di routing dipende
quindi anche da chi controlla lo stato intermedio. Un modello può essere
sostituito, l’inferenza può essere spostata, il routing può essere ridisegnato
e un’infrastruttura di post-training può, a un certo costo, essere ricreata
altrove. L’informazione già assorbita da un’altra organizzazione, invece, non
può essere richiamata indietro nello stesso modo.
L’impresa ingegnerizzata deve essere progettata per
cambiare
Separare
questi punti di controllo non significa che ogni azienda debba scomporre al
massimo la propria architettura AI. L’integrazione ha un valore. Soprattutto
per imprese più piccole, scegliere un fornitore capace di assorbire complessità
tecnologica e operativa può essere una decisione perfettamente razionale. Serve
però sapere quali decisioni vengono raggruppate nelle mani di un unico
fornitore, quali punti di controllo vengono ceduti e quale libertà può andare
persa in futuro.
Un test
pratico consiste nel chiedersi che cosa accadrebbe domani se fosse necessario
cambiare modello. Sarebbe sufficiente sostituire un componente oppure
bisognerebbe rinegoziare i diritti sull’utilizzo delle informazioni, ripetere
il post-training, ricostruire parti del workflow, perdere lo stato di un
processo in corso o rinunciare a conoscenza accumulata? Un sistema può essere
tecnicamente composto da moduli e fallire comunque questo test. La modularità
diventa strategica quando le decisioni sono separate al livello al quale
l’impresa può davvero avere bisogno di modificarle.
Un
chiarimento riguarda l’orchestrazione, che non costituisce una settima
decisione lato offerta. Il routing sceglie il modello o endpoint a cui affidare
una chiamata. L’orchestrazione esegue il lavoro attraverso modelli, strumenti,
sistemi e persone; la gestione dello stato determina che cosa passa da una
chiamata alla successiva. Per l’impresa ingegnerizzata, questa complessità deve
essere governata nell’architettura, ma resa il più possibile invisibile alle
persone e ai workflow che non hanno bisogno di gestirla direttamente.
Il valore dell’informazione dipende dall’architettura
Infine,
siamo abituati a pensare ai dati come a un patrimonio dotato di un valore
relativamente stabile. Ma il valore dell’informazione dipende anche
dall’architettura tecnologica capace di utilizzarla. Gli attuali sistemi
centrati sugli LLM attribuiscono grande valore a testo, codice, segnali di
preferenza e correzioni. Altre traiettorie tecnologiche potrebbero attribuire
maggiore valore a stato, azioni, traiettorie, interazione fisica e simulazione.
Uno
stock informativo può quindi continuare a essere accurato, proprietario e
legalmente utilizzabile, ma diventare più o meno prezioso se cambia
l’architettura capace di sfruttarlo. La stessa cosa vale per la conoscenza che
un’impresa accumula sui fornitori: benchmark, valutazioni, regole di routing e
profili di errore possono diventare rapidamente obsoleti quando cambiano
modelli e interfacce. Anche questa conoscenza va trattata come un asset che
richiede manutenzione.
Per
questo l’impresa ingegnerizzata viene progettata affinché possa adattarsi al
mutare dell’ecosistema AI e delle altre condizioni esterne senza dover
ripensare ogni volta l’intera organizzazione. La questione non è scegliere oggi
il fornitore “giusto” una volta per tutte. È sapere quali punti di controllo
contano, quali conviene integrare, quali mantenere separabili e quali
informazioni devono restare sotto il controllo dell’impresa per preservare
opzioni future. In una fase in cui il mercato dell’offerta sta ancora prendendo
forma, questa capacità di riconfigurazione è parte della strategia.
Q&A
L’impresa ingegnerizzata è un modello solo per
grandi aziende?
No. La dimensione conta meno della natura del
business. Se valore e coordinamento dipendono soprattutto da informazione,
linguaggio e conoscenza, anche una piccola impresa può essere radicalmente
esposta. Il confronto sarà sempre più con nuove imprese AI-native, spesso
piccole, capaci di replicare la stessa proposta di valore con costi, margini e
flessibilità strutturalmente diversi.
Quanta modularità serve davvero?
Quella necessaria a
preservare sovranità e libertà di scelta, evitando un vassallaggio tecnologico
verso uno o due player, anche quando si utilizzano soluzioni open source. Conta
la granularità della modularizzazione: serve separare soprattutto ciò che l’impresa
potrebbe dover cambiare e ciò che è essenziale mantenere sotto il proprio
controllo. Un test semplice è chiedersi: cambiare modello o provider obbliga a
rifare post-training, workflow, stato o diritti sulle informazioni? Se sì, la
modularità è in gran parte apparente. L’autonomia può comunque essere
preservata su specifici punti di controllo che l’impresa ha scelto di mantenere
separabili.
I diritti sulle informazioni
operative contano anche se un’impresa ha poco potere negoziale?
Sì. Potere negoziale e
controllo non sono la stessa cosa. Anche quando non può imporre le condizioni,
l’impresa deve sapere chi può osservare, conservare e riutilizzare le
informazioni generate durante l’uso, e scegliere architettura e fornitori anche
su questa base.
Come si agisce mentre il mercato è
ancora instabile?
Occorre agire senza
aspettare che il mercato si stabilizzi e senza costruire l’impresa attorno a
una previsione sul vincitore. Gli investimenti devono preservare la capacità di
cambiare. Nei business knowledge-intensive vale la formula di Jeff Bezos: “Your
margin is my opportunity”. Se un nuovo operatore AI-native può catturare i
margini del modello legacy offrendo lo stesso valore con una struttura
migliore, prima o poi lo farà. Meglio costruire il proprio AI twin del business
— e cannibalizzarsi da soli — che lasciare a qualcun altro l’opportunità di
farlo conquistando i propri clienti.
L’autore
Marcello Vena è Chief Strategy and Growth Officer
di Datrix Group, Managing Partner e Owner di All Brain, e Adjunct Professor di
Strategia presso IE Business School. Da circa 30 anni opera tra strategia,
innovazione e AI applicata, con esperienza internazionale in diversi settori.
La sua ricerca e attività professionale si concentrano su strategia nell’era
dell’AI, open innovation, real options, ecosistemi e design di modelli di
business AI-powered. È laureato con lode in Ingegneria Elettronica, ha
conseguito un MBA all’INSEAD con Dean’s List Distinction e un Master of
Research Methodology in Management Science presso IE University. È inoltre PhD
e DBA Candidate in Business Administration presso IE University.
Riferimenti e approfondimenti
Vena, Marcello. “L’intelligenza
artificiale non vi renderà più competitivi (se non cambiate l’azienda).” Wired Italia, 7 aprile
2026. Inquadra l’AI come problema di design dell’impresa, con attenzione a
modularità, governance e autonomia strategica.
Vena, Marcello. “L’impresa
ingegnerizzata nell’era dell’AI.” MIT Technology Review Italia, maggio 2026.
Introduce il concetto di impresa ingegnerizzata e il passaggio dall’adozione
tecnologica al design del sistema impresa.
Vena, Marcello. “Le
prime scelte dell’impresa ingegnerizzata nell’era dell’AI.” MIT Technology Review
Italia, settembre 2026. Approfondisce le sei decisioni strategiche, il routing,
i diritti sulle informazioni operative e la modularità dell’architettura AI.
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